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SPETTACOLO
'E' stato bello'
Reportage Matese Friend Festival 2009 (parte 1)

BOJANO (CB) – Anni fa gli eroi erano dipinti in scintillanti armature, su cavalli scalpitanti con in mano lo stendardo della propria casata. Gli anni passano, cambia il concetto di eroismo e coraggio, cambiano i modi di vedere e valutare, ma poi, inaspettatamente, ci si rende conto che al posto dell'armatura in ferro battuto basta una semplice maglietta con scritto “E' stato bello”, i destrieri scambiati con comodi furgoncini ad otto posti ed, al posto delle insegne, un semplice cellulare perennemente squillante. Ed invece di altisonanti nomi come Leonida, Lancillotto o Sun Tzu, bastano più semplici e vicini Mariateresa, Gigi e Roberto. Cambiano le imprese da portare a termine, ma il concetto che c'è alla base rimane identico: la via non è facile, ma bisogna percorrerla tutta.
Ed i ragazzi del Matese Friend Festival, che tra l'associazione Il Pentagramma e i volontari arrivano a circa 90 unità, l'hanno percorsa tutta, a testa alta e senza perdersi d'animo, in nessuna occasione, neanche di fronte alle avversità più inaspettate. Il Festival, che si è tenuto dal 7 al 9 agosto nella cittadina di Bojano in provincia di Campobasso, è stato un successo, e su questo non si può obiettare. Nei tre giorni si è potuto assistere ad esibizioni live di artisti del calibro di Africa Unite, Tonino Carotone e Giuliano Palma, dei Rein e di G.G. Haakbus e, cosa da non sottovalutare assolutamente, numerosi gruppi emergenti provenienti dalle più disparate zone d'Italia.

“Quest'anno le location sono diverse”, ci spiega Roberto della produzione, “abbiamo pensato di coinvolgere la maggior parte della cittadinanza: c'è il palco della Folk Area con gruppi internazionali ed italiani di musica popolare, quello della Contest Area con l'ormai rodato concorso di gruppi emergenti, uno spazio di Street Area con musica bluesrock e, naturalmente, lo spazio della Main Area con i musicisti affermati. Per quanto riguarda invece la presenza di pubblico, ci troviamo bene o male in media con gli altri anni”. Ed infatti, seduti su una comoda panchina della piazza di Bojano, Roberto continua a spiegarci che “tendiamo al concetto di Festival Internazionale, ben diverso da quelli locali. I primi, infatti, possiedono una progettualità ed una tipologia ben diversa dai secondi: tentano di coinvolgere e convogliare tutte le generazioni, dal più giovane fino all'adulto”. La sua idea è molto chiara e decisa e, naturalmente, apprezzabile: “In Italia si pensa quasi sempre esclusivamente alla Main Area, dove bisogna mettere il nome importante e niente più. C'è sempre questo problema di accontentarsi solo del conosciuto e di non apprezzare tutto quello che è il meno conosciuto o, addirittura, il diverso. In ogni caso, possiamo già confermare una sesta edizione del Matese Friend Festival”.

Sotto un sole estivo come pochi altri, mentre nella Main Area si accordavano ancora gli strumenti, il palco del Contest era già attivo: si avvicendano, di fronte ad un pubblico non eccessivamente vasto, data la tipologia musicale ma, soprattutto, il tremendo calore delle prime ore del pomeriggio, cinque gruppi. Iniziano gli On the road again, un gruppo locale proveniente da Bojano che, con i suoi tre elementi, accosta una buona tecnica ad una voce non troppo convincente in alcune occasioni. Con sonorità molto hendrixiane, che riprendono in vari momenti l'epopea classica del rock anni '70, il chitarrista, completamente autodidatta, lascia presagire buoni sbocchi per il futuro, a patto di migliorare la capacità compositiva, ancora a livello medio-basso. Ma la loro giovane età è un punto a favore: di tempo per migliorare ne hanno ancora parecchio. E' originario dell'Aquila il secondo gruppo che calca la scena: il loro nome è dLine e almeno il cantante tiene molto bene il palco. Non sta fermo un attimo, suda e salta come se non ci fosse un domani. Peccato però che le buone idee che portano con sé siano vanificate da una messa in atto non proprio convincente, con sonorità assolutamente non innovative che riprendono qualcosa dai Killers, ma senza la ventata di sferzante freschezza che il gruppo di Las Vegas è riuscito a regalare al mondo della musica. Nonostante ciò, i Deline arrivano in finale. Il primo momento di entusiasmo della giornata è merito de La Quinta Essenza, gruppo di Gravina di Puglia (cliccate qui per leggere l'intervista). Durante il brevissimo soundcheck suonano un paio di note sui motivi di Hey Joe e Another Brick in the Wall, facendo subito capire il livello, o quantomeno il background, della band. Davvero un bel mix, quello tra voce (che ricorda sotto alcuni punti di vista il caro Giorgio Canali), riff di chitarra, stacchi di batteria e giri di basso che, in maniera sperimentale ma senza esagerare, riescono a coinvolgere il pubblico, rendendo davvero difficile l'impresa di rimanere fermi senza ballare. Il cantante è ciò che si può definire, senza mezzi termini, una bestia da palcoscenico. Bastano 20 secondi perché si tolga la maglietta ed inizi a correre tra i vari strumenti, appoggiandosi sulla cassa spia e rischiando di farla cadere. E forse è stato proprio questo, assieme all'eccellente preparazione tecnica dei componenti, a far vincere alla band pugliese il Contest del Matese Friend Festival. Una vittoria, senza dubbio, meritata. Subito dopo è il turno dei Najvira. Ma si sente sin dall'inizio che non reggono il confronto: i suoni molto puliti ma molto poco ricercati, assieme ad un'assoluta piattezza compositiva, sulla falsariga di artisti italiani come gli Afterhours, non convincono affatto. Anzi, forse per la scelta dei brani, volendo essere buoni, annoiano, ed annoiano anche molto. Davvero molto buona la batteria che porta tempi interessanti, ma ciò non basta per rendere i Najvira un gruppo da ascoltare per più di qualche minuto. Ultima, ma non meno importante, a salire sul palco è la band napoletana Onirica (cliccate qui per leggere l'intervista), che arriverà in finale e si piazzerà al terzo posto. Atmosfere interessanti ed una ricerca del suono al limite dell'ossessivo, nonché sonorità dilatate, rilassanti e capaci di saturare tutte le frequenze udibili dall'orecchio umano, fanno di questa band un piccolo gioiello. Forse per pochi, dato il genere musicale, ma sicuramente destinate ad uscire dal circuito degli emergenti. Il cantante/chitarrista va praticamente in trance mentre suona ed il pubblico lo apprezza. D'altronde è difficile non apprezzarli, anche per chi non è fan accanito del genere: i tempi dispari portati dalla batteria rendono impossibile capire cosa staranno per fare nel secondo successivo e questo, di sicuro, non è affatto un punto a sfavore. Il sesto gruppo in scaletta, i Crisma 33, non suonano, uscendo automaticamente dalla competizione.

Nello scenario del Parco Colagrosso, subito dopo la fine delle esibizioni degli emergenti, salgono sul palco i Rein (cliccate qui per leggere l'intervista), gruppo davvero interessante, capace di miscelare ogni genere musicale in un mix di percussioni, violini, tastiere e ben tre chitarre. Che siano i nuovi Modena City Ramblers? Potrebbe darsi, considerando le loro capacità di molto sopra la media. Suonano per più di un'ora, inserendo nella scaletta un'eccellente cover de La canzone dell'amore perduto del sempre compianto Fabrizio De Andrè. Un gruppo da live, senza mezzi termini. Forse per il genere musicale, forse per la voglia di ballare, il seppur sparuto pubblico (poco più di cento persone, destinate a decuplicarsi nel giro di poco tempo) non fa economia di applausi e balli, dando un buon feedback agli artisti. Folk, punk e patchanka assieme fanno davvero un bell'effetto. Aprono così il concerto agli headliner della serata: il gruppo torinese Africa Unite (cliccate qui per leggere l'intervista), sulle scene da quasi trent'anni e che, a quanto pare, non percepiscono assolutamente alcun tipo di stanchezza. Infatti il loro è un vero e proprio show, fatto di storia, tradizione, musica, balli e canti provenienti da quella piccola isola vicino Cuba dal nome così importante, anche per aver dato natali ad uno dei più grandi artisti della storia della musica: Bob Marley. Ed è proprio al massimo esponente del reggae giamaicano che gli Africa Unite si sono ispirati per il nome del gruppo, nato da una passione comune che, sin dal principio, Bunna e Madaski hanno trasformato in qualcosa che mette in contatto Italia e Giamaica. Assieme a pezzi più famosi e conosciuti come Il partigiano John, Quando fuori piove ed Ancora in piedi, il gruppo torinese ha offerto una magnifica cover del primo singolo scritto da Bob Marley.

In campeggio, come per le due notti successive, la festa non finisce: Charles Papa direttore artistico della Main Area, è pronto a far ballare le diverse centinaia di anime provenienti non solo dalle zone limitrofe e, fino alle cinque del mattino, è ancora musica.

(continua nella seconda parte...)

(Foto di A. Alfredo Capuano)

 

17/08/09 18:45
A. Alfredo Capuano

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