ARIANO IRPINO (AV) – Giunto alla sua quattordicesima edizione, è impossibile non definire l’Ariano Folkfestival come una vera e propria realtà nel panorama della scena musicale live italiana. Un intero paese in festa ha accolto nel migliore dei modi la sei giorni di suoni, arti, cinema e teatro, rendendo ancora più unica la già affascinante atmosfera del centro irpino. Nella serata di domenica 23, dopo le esibizioni dei giorni precedenti di gruppi o artisti di tutto rispetto, come Shantel, Caravan Palace e ‘o Zulù (storica voce dei 99 posse, sul palco con Enrico Capuano), è stato il turno di Vinicio Capossela. Il noto cantautore, definito a giusta ragione “il vero ariano irpino”, poiché nato ad Hannover, in Germania, da genitori irpini, è la star del Festival e, in quanto tale, non delude le aspettative.
Una quindicina di cappelli, una decina di giacche diverse, una buona dozzina di musicisti sul palco, una scenografia tra il far west ed un circo Barnumiano, taranta, canzoni d'autore, country, canzoni che parlano di “terra arsa”, canzoni d'amore, alcool, donne abbandonate e ritrovate. O, per farla breve, semplicemente Vinicio Capossela. Forte della collaborazione con la Banda della Posta, Vinicio ha offerto ieri uno spettacolo di quasi tre ore, intense e viscerali, alle quasi 7000 anime, secondo le prime stime non ufficiali, riunitesi nel Folk Stage dell'Ariano Folk Festival. In una fresca serata estiva l'eclettico, per usare un eufemismo, artista ha dimostrato ancora una volta di non essere semplicemente un cantante, bensì uno showman a tuttotondo, capace di far interagire le forme d'arte più disparate, riunendo in 180 minuti musica, poesia, arti visive e teatro. Si, perché per riuscire a comprendere completamente Capossela, c'è bisogno di uno sforzo astrattivo, bisogna trovare il modo di svincolarsi dalle catene precostituite del concetto di spettacolo musicale dal vivo.
Ed ecco che in un saloon frequentato da sceriffi e banditi, entrano in gioco suonatori di banda del paese, poeti-ubriaconi alla Bukowski, pianisti di altri tempi, scheletri e maschere sarde. In un immenso trasporto gradito, per la maggior parte del tempo, da tutti i presenti. Capossela stupisce sin dall'inizio del concerto, attorno alle 22.30, con una davvero inaspettata Maraja, preceduta da Corvo Torvo. E la folla, come se non aspettasse altro, inizia già a scaldarsi. Non si esime dall'offrire una lettura, a cura di Vincenzo “Chinaski” Costantino, di una toccante poesia sulla paura come espressione della libertà, inclusa nel suo ultimo libro intitolato “In Clandestinità”(per leggere l'articolo sulla presentazione del libro alla Feltrinelli di Napoli, cliccate qui) , di cui Costantino è coautore, e che il pubblico sembra apprezzare non poco, considerando lo scrosciante applauso durato più di un minuto dall'uscita di scena del poeta. Dopo una buona ora di pezzi tratti dai suoi ultimi album, molto degna di nota la versione di Ovunque Proteggi e, soprattutto, di Che coss'è l'amor, sale sul palco Enzo Del Re. Emaciato, calmo, davvero molto calmo, Del Re inizia a suonare la sua sedia, come se fosse la cosa più normale al mondo, proponendo una piccola scaletta di quattro pezzi. Battendo il ritmo sul legno e, talvolta, semplicemente con lo schiocco della lingua, riesce a catturare la folla a cui era quasi completamente sconosciuto.
E così dopo i primi minuti in cui, passato il primo stupore nel vedere un uomo suonare un pezzo d'arredamento, erano già impressi nella mente di tutti i testi dei suoi cavalli di battaglia: Tengo 'na voglia 'e fà niente e Lavorare con lentezza che, nella loro ossessiva ripetizione, unita alla genuina semplicità dei testi, sono riusciti ad esprimere al meglio i concetti, nemmeno troppo impliciti, alla base dei due brani. Dopo questa, secondo alcuni, troppo breve parentesi, un veloce cambio d'abito e Vinicio è di nuovo sul palco, ma questa volta non suona pezzi propri: attingendo da balli e canti popolari della zona irpina, al suono delle tamorre, mandolini e contrabbassi della Banda della Posta, Capossela riporta il pubblico ad un passato agreste fatto di feste di piazza, vino paesano e morsi di ragno. Gli spettatori non se lo fanno ripetere due volte e rispondono quanto mai positivamente, come se il morso della tarantola avesse colpito tutti all'istante. Dopo un'abbondante mezzora Vinicio conclude il suo concerto proponendo il pezzo che tutti quanti aspettavano. Indossata una maschera da caprone, con pelle annessa a mo' di scialle, non ha il tempo di finire l'incipit del brano che Ariano Irpino si leva in un solo grido “Ho il ballo di San Vito e non mi passa”. Una versione forse durata troppo poco, considerando la presa sul pubblico, ma di grande spessore che segna, ancora una volta, la bravura del cantante nel riuscire a conquistarsi l'amore della folla. Dopo i saluti di rito e le presentazioni dei (numerosissimi) suonatori, all'una e trenta, Vinicio lascia il palco, dopo aver donato qualcosa che va oltre la materia, una perla preziosa nell'anima di chi, quella sera, è stato, per dirla alla Capossela, pazzo di gioia.
(di A. Alfredo Capuano e R. Basile, foto di A. Alfredo Capuano)
(cliccate sulle foto per vederle ingrandite)
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